Chi non ha mai provato la sensazione di ansia e paura propria di chi sta fisicamente male?

E’ risaputo che, a maggior ragione, un ricovero in ospedale possa generare reazioni negative e un malessere generico in chi lo vive. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute è “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solamente l’assenza di malattia e infermità”, ecco perché compito fondamentale del medico è considerare di avere di fronte a sé non solo una malattia da diagnosticare e curare, ma anche un individuo con la propria vita, la propria storia e le proprie emozioni.

La presenza di malattia in un individuo adulto si associa in modo costante a particolari reazioni psicologiche, quali paura, ansia, depressione, senso di abbandono, desiderio di controllo, vergogna e colpa. Ora pensiamo un attimo al fatto che in questa situazione si possa trovare un bambino e riflettiamo sul modo in cui il dolore, i camici bianchi, i medici, gli infermieri e gli aghi gravino su di lui.

Rendere a misura di bambino l’esperienza traumatica dell’ospedalizzazione è un desiderio realizzabile, volto a prevenire i rischi che malattia e ricovero porterebbero per l’equilibrio psichico e lo sviluppo evolutivo del bambino. Accogliere bene un bambino in reparto, permettere alla madre di stargli vicino, ascoltarlo, rispondere alle sue ansie, creare con lui un rapporto di fiducia, permettergli di non interrompere le sue attività ludiche, avere una buona comunicazione anche con i suoi genitori sono delle accortezze che consentono di iniziare già un’efficace terapia.

Il bambino non è un piccolo adulto. L’esame obiettivo e la cura dei bambini sono un’arte e richiedono capacità di comprensione, empatia e pazienza, oltre che una buona dose di sensibilità. Ecco che si avverte la necessità di creare un luogo totalmente dedicato a lui e pensato anche per la sua famiglia, un ospedale che possa essere portatore di benessere e sorrisi e che abbia la fantasia come medicina.

 

Patrizia Scarcella